Henge Dock: recensione

Prima di tutto: sto scrivendo questo post dalla poltrona. Questo fa di me un geek invasato e pigro. Leggete la seguente recensione tenendo a mente questo (pinch out per aumentare le dimensioni del font)

Allora. Era il lontano maggio del 2007, l’Henge Dock non era ancora stato inventato, forse nemmeno pensato, e io col mio iBook avevo fame di ordine, ergonomicità (esiste?) e pulizia. Così mi sono ritrovato con un Mac in un fermacarte e vari cavi aggrovigliati:

non era un’idea malvagissima, anzi, qualcuno l’aveva pure commentata positivamente. Perché, diciamocelo, il problema di un portatile è l’ergonomia: va bene, lo puoi usare in giro, sul treno, in ufficio, dove vuoi. Ma dopo un po’ ti viene l’irresistibile desiderio di avere un monitor più grande e di poter quantomeno variare la distanza tra monitor e tastiera, sollevare un po’ il display in modo da non dover star tutto gobbo per vedere cosa scrivi e così via. Anche un maggior numero di porte USB, FW o quel che è non sarebbe male. No problema. Basta che quando arrivi a casa ti attacchi ad un monitor esterno, ad un HUB usb, alla tastiera e al mouse, al cavo jack audio delle casse perché c’hai anche voglia di ascoltare della musica buona, all’alimentatore e magari anche al disco firewire che così fai un backup veloce.

Peccato che tutto ciò si traduca in un grande groviglio di cavi (almeno quattro: usb, display, audio, alimentatore) e ad un fastidioso attacca-stacca dei suddetti cavi. Inoltre, spreco di spazio, perché il tuo bel portatile se ne sta lì sulla scrivania occupando spazio a casaccio. Ecco quindi che nasce l’esigenza di avere un sostegno per verticalizzare il portatile (recupero spazio, ordine, pulizia) e un sistema per fare ordine tra i cavi, rendendo anche più semplice l’operazione di attacca-stacca. L’ideale sarebbe che arrivi a casa e taaaaac, appiccichi il portatile a tutto quello che ti serve a casa per avere una dignitosa vita informatica, poi devi uscire e taaaac, stacchi tutto. In un unico gesto, possibilmente.

Ecco, se avete un MacBook o un MacBook Pro più o meno recente (dall’unibody in poi), ora potete farlo, usando appunto l’Henge Dock.

Questo dispositivo altro non è che un supporto in plastica bianca, al cui interno è ricavata una “rastrelliera” in grado di ospitare ben allineati tutti i cavi che possono essere attaccati al Mac, nascondendoli in parte e raggruppandoli all’uscita. Il vantaggio maggiore è che, una volta sistemati i cavi e fissati con l’apposita vite a brugola, il mac potrà essere collegato e scollegato a tutto con un unico gesto.

Henge Dock arriva con un set di cavi e adattatori rigorosamente bianchi, tra cui: 2 usb, 1 firewire 800, 1 cavo audio, 1 cavo ethernet con terminale modificato, 3 adattatori in plastica per fissare il magsafe, viti e brugola. Il set varia a seconda del dock che avete scelto, che è differente a seconda del modello di MacBook (Pro) per cui è realizzato. L’installazione è veramente semplice: basta far passare tutti i cavi attraverso le aperture, collegarli al MacBook, piazzare il MacBook nel dock, tendere bene i cavi da sotto, fissare le viti. Stop. Poca roba davvero. Poi estraete il MacBook (Pro) e vi ritrovate una cosa così:

per la mini display port dovete già essere dotati di adattatore. Altrimenti potete, nel caso, comprare un adattatore sul sito di Henge Dock, adattatore che ha il vantaggio di avere un cavo più lungo e quindi consente l’installazione anche all’interno del vano ricavato sotto il dock, anche quando il cavo audio è installato. Io invece ho dovuto fare così:

Ok. Il pacco arriva, è tutto bianco, ci sono i cavi bianchi, ci sono tutti i buchi giusti dove infilare gli adattatori (tutti ben fatti, la prolunga audio ha ad esempio i terminali placcati oro: se vai a comprarla di costa una decina d’euro solo quella), mantiene un ordine algido ed è tutto quello che ho sempre sognato dal 2007 fino ad oggi. Ma. Ma, veniamo alle grane.

Allora, intanto è chiaro che dovete avere già un monitor e una tastiera ed un mouse esterni. Questi ultimi preferibilmente wireless, così ci sono meno cavi in giro. E, magari, un hub USB, se volete replicare il numero di porte USB, non che sia strettamente necessario. A meno che… a meno che non facciate spesso uso dello slot per l’SD card, che con questa sistemazione viene definitivamente reso inaccessibile. Vi servirà quindi un lettore di schede USB (e una porta ve la siete mangiata). E poi, metti che ti chiama un’amica dalla Cina e vuole fare una videoconferenza su Skype, hai bisogno di una webcam, perché quella integrata è inservibile. Grazie al cielo (e allo standard UVC) trovare webcam economiche multipiattaforma non è più una tragedia, la vostra Logitech C210 funzionerà egregiamente. Non ce l’avete? Compratela. E attaccatela all’ultima porta USB rimasta libera. Ecco. Vi serve un hub, ormai è ufficiale.
Oltre a questo vi servirà anche un nuovo alimentatore per il computer. Uno, infatti, dovrete lasciarlo appiccicato al dock, a meno di non continuare ad avvitare e svitare, cosa scomoda e che neutralizza il maggior vantaggio dell’henge dock (che potremmo riassumere con: “plug and play”). Su buydifferent si trovano a 39 €, molto più economici rispetto all’Apple Store.

E ancora. Gli spinotti di ogni cavo entrano nella relativa porta con una certa tolleranza, diciamo abbastanza libera da far entrare il cavo senza sforzo, ma non troppo lasca per impedire che lo spinotto venga via ad ogni respiro. E va bene, sono tutti fatti così. Ora metti che devi infilare 5 connettori in altrettante prese, ognuno con la sua tolleranza contrastata, ognuno magari lievemente fuori asse, di quel centesimo che basta a farti girare le palle. Al quinto stacca/attacca gli allineamenti sono un po’ andati a farsi benedire. Il consiglio è di riallineare tutto e stringere meglio le brugole. Fate particolarmente attenzione al terminale della FW 800 che è il più fetente di tutti! Certo che quelli di Henge Dock insieme alle prolunghe, potevano anche fornire magari un bel vasetto di vaselina per facilitare l’ingresso…

Ultimo difetto reale del dock: ha le viti dalla parte sbagliata. Nel senso, sarebbe stato molto più gradevole se il logo della mela fosse stato dallo stesso lato di quello del dock. Ok che comunque la mela è orientata in modo inusuale, ed è pure spenta, però è comunque qualcosa di perfettibile.

 

Detto ciò. ci sono un paio di problemi con cui avere a che fare che non dipendono strettamente dal dock, ma da come è progettato OS X e dal fatto che il MacBook (Pro) va tenuto chiuso. Allora il clamshell mode, ovvero la possibilità di usare il portatile chiuso con tastiera e monitor/proiettore esterni, esiste da sempre ed è sempre stata consentita sui portatili di fascia pro. Però, c’è che funziona solo con la presa di corrente attaccata. Per quello vi serve un alimentatore sempre collegato alla presa di corrente e installato nell’henge dock. Per la batteria non vi preoccupate, ricordatevi solo di utilizzare il vostro portatile senza alimentazione una volta ogni tanto o, comunque, fate la calibrazione una volta al mese.

Secondo problema, intrinsecamente connesso al fatto che devi chiudere il portatile per poterlo piazzare nel dock, è che nel passaggio da “portatile” a “portatile nel dock” bisogna passare dallo stato di stop, e questo a volte può essere fastidioso. Sì certo, potete pensare di utilizzare software come InsomniaT (derivato di InsomniaX), ma di solito quello che otterrete è un gran pasticcio con le estensioni di sistema (kext) processo del kernel che schizza con la CPU a 110% e cose così, poco divertenti e per nulla utili.

Passando alla questione prezzo: Henge Dock costa tra i 60 e i 65 dollari (più spese, più dogana). Un possibile concorrente, il BookArc, costa 50 dollari ma, alla fine, altro non è che un portacarte in cui infilare il portatile. Niente sistema di organizzazione cavi e, soprattutto, niente prolunghe incluse nella confezione. A questi quattrini vanno aggiunti tutti gli altri per monitor, tastiera, mouse, casse e woofer, hub usb, lettore di schede, webcam, alimentatore e hard disk per i backup. Alcune di queste cose le avete già, altre le dovete comprare. Vale la pena? Davvero, vale la pena? Beh, dipende tutto da voi e dall’importanza che date al design (inteso nel senso più alto del termine) della vostra workstation.

‘nuff said