[INDIA] DAY 6 – I’m on a p(l)ain, I can’t complain

Grazie al mio amico Xyzteam per avermi fatto ricordare l’esistenza di questa canzone. Da vedere il video originale, con l’esibizione di un giovane Celentano che si esibisce nella parte di Michael Jackson che fa James Bond.

So so, back to India, right? Yes all right, tropical pizza style

Mi accingo a scrivere questo post e sto ascoltando Tropical Pizza su radio deejay, alle 21.o2 di un banale martedì di lavoro, senza sorprese, piano piano, medio medio, poco poco, sotto voce. Sicuramente un bel modo di iniziare una narrazione avvincente e ricca di suspense come quella che vi attende… non qui, su un altro blog.

Di motivi per fare le valigie e viaggiare dall’altra parte del mondo ce ne sono tanti. Si parte per curiosità, per esplorare, per fare invidia ai conoscenti, per farsi i selfie, per divertirsi, per mangiare, per spingersi oltre, per trovare qualcosa che si è perso, per scoprire luoghi nuovi, per scoprire se stessi, per fuggire dalla provincia, per fuggire dagli altri, per fuggire da sé, per correre verso te, per trovarti quando non ci pensavo, per mancarti di una frazione di secondo cogliendo al volo solo l’ombra di uno sguardo dal profumo familiare e nuovo. Oppure si parte per lavoro, perché ti hanno detto di farlo. Oppure per un mix dei precedenti motivi, ed è lì che si fa casino. Con un obiettivo solo, chiaro, cristallino, tutto è possibile: fascio di luce concentrato come un nonno laser, qualunque cosa è raggiungibile con la massima efficienza e pochissima dispersione. Noi no, noi si fa le cose come i fotoni pigri delle lampadine ad incandescenza da 30W, affranti, rifratti dalle gocce di vetro sfaccettato, sfaccendato, del lampadario dello studio a casa dei nonni, ogni strato d’aria una nuova direzione, l’inevitabile dispersione di energia.

Quindi domenica ho fatto la valigia strisciano prono sul pavimento, causa contrattura lombare trascurata da martedì scorso e che tuttora perdura in sottofondo e mi impone un’andatura obliqua tipo Slash… no, non quello dei Guns ‘N Roses, ma proprio lo “slash” nel senso di “/”. Ho stirato 3 camicie, ho cominciato a fare lo zaino e mentre faticosamente lo intruppavo di tecnologia per lo più inutile ho cominciato ad incurvarmi sempre di più, un po’ come il Giacomo Leopardi che, come tutti sanno, è morto de gobba. E quindi mi sono preoccupato. Dato che però “l’ingegnere non vive, funziona” ho portato a termine il task (fastidio) mettendo le ciabatte alle ginocchia e stringendo i denti attorno alle cose da mettere in valigia.

Alle 20.30 mi sono comunque presentato puntuale ad una cena tra cugini in cui mi sono sostanzialmente seduto per 3 ore senza nemmeno provare a ritornare in posizione da australopiteco. Alla cena dovevo assolutamente andare. Non per altro, ma avevo bisogno di completare il pieno di proteina bovina prima di astenermi completamente dal consumo di carne rossa per 10 giorni. Sono convinto che esista la dipendenza da bovino, più di cinque giorni senza e mi scattano le visioni fameliche e vedo vacche ovunque. Come? Ah dite che era la Fashion Week a Milano? Boh. Può essere. In ogni caso, contrattura lombare prima di partire: very bad very bad.

A casa all’una infilo in Kindle Voyage nello zaino aziendale in tecnopolimeri e particele instabili con le cerniere rinforzate all’adamantio, e mi preparo a queste 3 ore di sonno che dovrebbero essere più che sufficienti. Alle 4.30 sono fuori di casa, sotto l’acqua, dritto come una torre di Pisa, in attesa di un autista che non arriva. “Ah ma era alle 4.30? o [bestemmia] porcocazzo, arrivo”. Niente, una Mercedes nera coi vetri oscurati a velocità Al Capone lungo tangenziali inondate e deserte. Il resto è la solita storia di me che dormo a bocca aperta sul Milano – Parigi attraverso un aeroporto troppo lungo per essere attraversato da uno col mal di schiena e lo scrigno dell’armatura di Pegasus sulle spalle, e poi l’aereo coi sottotitoli che fa Parigi – Delhi. A bordo ho praticamente solo e soltanto letto fumetti fino alla nausea, ho evitato accuratamente il cibo chimico di Air France e ho anche evitando di far capire alla signora indiana che a tutti i costi voleva appoggiarmi addosso i piedi incalzinati, troppo minuti e al sentor di coriandolo che, effettivamente, la cosa non mi dispiaceva (erano caldi).

Arrivato in aeroporto mi rendo conto che boh, sto posto l’ho già visto, noia, routine, non succede mai nulla, che barba che noia. Chiaramente manca l’auto che deve portarmi dall’aeroporto all’hotel, e vai di contrattazione coi taxi prepagati (come un vero barbone). Diversi quarti d’ora di spiegazione di direzione dopo, in Hindi, sono in hotel, all’ora in cui sono andato a dormire domenica (che era già lunedì). Tiro le catene dello scrigno-zaino che si apre proiettando un fascio di luce. Estraggo: il PC aziendale, una Canon 600D, un obiettivo Tamron 17-50 f 2.8, un obiettivo Canon 75-300 f 4.0, un Nexus 9, il succitato Kindle Voyage, medicinali vari, un grumo di caricabatterie. Mi calo 2 Voltadvance e accendo il PC. Problema: mi rendo conto che l’hosting del mio blog ha raggiunto il limite di banda e il mio blog è irraggiungibile. Soluzione: migrazione dell’intero sito su un altro hosting con banda illimitata, all’una di notte, no problemo. Hosting, quanto mi costi ostia! Ho dormito così bene, per la soddisfazione di aver risolto un problema, che non mi sono nemmeno accorto che la cassetta del cesso gocciola, goccia dopo goccia, nella testa vuota, come l’altra volta. Me ne sono accorto stamattina con estremo fastidio, stanotte non dormirò, probabilmente gli smonterò la cassetta dalla parete.

Stamattina sveglia easy, 8.30, colazione normale: caffè, un uovo sodo, yogurt con i cereali, succo d’ananas. Ho lavato i denti e fatto i gargarismi con l’acqua del rubinetto, ma allora sei proprio pirla. E nulla, manca la macchina per andare in ufficio. Eccheccazzo, questo è malocchio! Soliti quarti d’ora di dettagliate spiegazioni di strada in Hindi, che ormai comincio a capire ma che va costantemente integrato con gesti delle mani e del capo per potersi far capire, pagamento in soldi buffi di carta, resto mancia, e sono in ufficio, obliquo e fresco come una rosa. Nel tragitto ho preso 3 etti solo per aver abbassato il finestrino e lasciato entrare un po’ d’aria sabbiosa. Fa caldo, già dal mattino, ma il clima è secco (e sabbioso) quindi non si sta male. Il problema è in ufficio, con l’aria condizionata a palla mal diffusa. Chiaramente la mia scrivania è esattamente sotto la lama d’aria gelida che esce dallo splitter. E io ho portato quasi solo polo con maniche corte. Very bad very bad.

Niente, giornata d’ufficio agile e tranquilla, sempre di traverso per la contrattura. Ho detto ai colleghi che mi fa male la schiena, errore, improvvisamente sono diventato l’equivalente di una donna gravida da noi, ci mancava solo che si mettessero ad ascoltare il pancino. Scalcia! No, è la zuppa piccante. Oooocccheeeiiii. Quando alla fine mi hanno offerto l’unguento magico scambiandosi sguardi di approvazione ho detto che sono guarito e con estrema fatica ho tentato un’apparenza di perpendicolarità per qualche frazione di minuti.

A pranzo ho parlato per tre quarti d’ora abbondante della mia condizione di drogato di carne rossa con un vegetariano convinto il quale, molto onestamente ed educatamente, mi ha spiegato che non saprebbe consigliarmi dove andare a mangiare il bovino ma no issue no issue, e mi ha suggerito di parlarne con un collega che se ne intende. Sono andato a chiedere al collega che in una parola mi ha detto: l’unica carne sicura in india è il Pollo, il resto se non stai attento è very bad very bad. No davvero, in un’unica lunga parola intonata a mo’ di nenia e con scuotimento del capo fuori tempo. Ok, grazie.

A fine giornata, finalmente una buona notizia, ho un autista! Con una bella Suzuki Maruti Swift 3 volumi, con sedili ancora incellophanati (incellofanati? incelofanati? imbustati). Si chiama Ram, che in inglese vuol dire “montone”, ma anche “ariete” nel senso dell’attrezzo per sfondare le porte, ma anche “speronare”, il che spiega benissimo lo stile di guida del buon Ram che non si ferma davanti a nulla, che sia un carretto a pedali con a bordo una numerosa famiglia, infanti inclusi, o un motociclista contromano, Ram va e la strada si apre di fronte a lui. Autista Ram con Suzuki Maurti Swift: very good very good.

Quindi alle 18.15 ritorno prigioniero del mio castello di sabbia, nel senso dell’hotel ricoperto di silice dal Rajastan. La piscina è secca, la palestra è vuota. Mi sparo 2 puntate di Unbreakable mentre faccio cyclette, doccia, cena. Al tavolo di fianco due uomini conversano di economia, commercio, import, export legati al mondo della moda di consumo. Uno dei due è chiaramente italiano, si vanta dei suoi viaggi e delle sue capacità di contrattazione, ad alta voce, fastidio.

Domani vedrò di evitare il ristorante, magari passo direttamente al bar… ci fosse un Bar Collante almeno.

Ciao, bau, miao, mi faccio i viaggi col nuovo dei TARM feat Jovanotti. La playlist non ve la metto che di canzoni ne ho citate a bizzeffe!

’nuff said

  • AndreA

    Lo scrigno dell’armatura di Pegasus!!!