[USA] DAY 29bis & 30 – Questioni d’olfatto

Penso sia ora di recuperare il ritardo accumulato e scrivere qualcosa sui due giorni a NY. Vorrei fosse chiaro che la mia non è stata negligenza, ma solo mancanza di tempo/energia vitale. Sono andato ben oltre la riserva e anche ora he ho fatto una salutare pennichella nel parco pubblico più antico degli USA (che sta a Boston), dovrete comunque accontentarvi di un resoconto confusionario e nebuloso, dai contorni incerti che a malapena emergono dalla nebbia delle poche ore di sonno dormite male e dalla spossatezza generale. E poi, diciamocelo, in culo la precisione: non è forse più suggestivo così, un po’ sfumato, scritto con la matita grigia della Carandage, pucciata un po’ sulla lingua? Sì, penso di sì.

Quindi, New York City. Allora, dopo la pizza alle 2 e una dormita di 5 ore forse, fatta un’abbondantissima colazione, siamo usciti per le strade di NY. Bisogna dire, prima di tutto, che New York esiste veramente. Nel senso, c’è davvero tutta intera, non solo la 34esima strada dove avviene in replica un miracolo ogni natale, o il Central Park con la donna dei piccioni che anche quella, insieme al piccolo Kevin rincoglionito, ci scassa le palle ogni vigilia. No, New York c’è tutta e non è solo lo sfondo per film, telefilm e fumetti, ma ci vivono delle persone e ci puoi camminare in mezzo. E tra l’altro, a differenza di tutti gli altri luoghi visti solo in foto o alla tivù, che invece esistono per davvero e tu li vai a vedere e dici “ah, ma tutto qui? me l’aspettavo più grande!”, New York non delude per un cazzo! Anzi.

La prima cosa che abbiam fatto è stata passare sotto all’Empire State Building che, “da quella data di settembre” (cit.), è l’edificio più alto della città. E poi dritti sulla quinta strada, una delle più famose di Manhattan, perché c’è di tutto. E ci credo, va da cima a fondo dritta dritta, passa a lato del Central Park, ci si affacciano praticamente tutti i musei più interessanti, gli edifici storici e perfino Tiffany, l’originale. All’incrocio con la quinta puoi trovarci di tutto. Niente metro, camminiamo in superficie per riempirci gli occhi delle meraviglie della città che è proprio bella da vedere, anche senza cercare per forza l’attrazione o l’edificio dal dei tali.

Passiamo dalla biblioteca pubblica, imponente. Fuori è tutta coperta da impalcature di restauro, come talte altre cose in città, che la vecchia signora Manhattan ha bisogno di un lifting ogni tanto per mantenersi bella e inossidabile. Ma poca roba, niente botox, giusto una stiratina alle zampe di gallina di fianco agli occhi. Per capirci, la biblioteca in questione. è quella del primo film di Ghost Buster. Scalinata coi leoni ai lati e gente che fugge terrorizzata, dentro locali ampi e decorati con gusto, al terzo piano la famosa sala di lettura. Ha il soffitto affrescato, tavoli sconfinati e un fottio di libri. Qui per forza prepari bene gli esami, in un posto magico come questo, immerso nel silenzio contro il cicaleggio di fondo della città, col sole che entra dai lucernari e rimbalza sulle decorazione e gli scaffali dei libri.

Bellissimo, ci disturba solo un po’ un odore persistente, non meglio identificato, che a qualcuno potrebbe far esclamare “cazzo è st’odore di fica fradicia?”, ma di certo non a noi che siamo persone fini ed educate e mai ci permetteremmo di rovinare così l’atmosfera magica del posto. Noi? Ma scherzi? Comunque, olezzo a parte che poi ti ci abitui mischiando ben bene sacro e profano, siamo proprio in un bel posto. Vale la pena passarci, al solito c’è da fare un controllo allo zaino: a me la guardia preposta mi ha fatto passare senza guardare minimamente dentro, era troppo impegnato a osservare la mia t-shirt (quella con la versione horror splatter di Scooby Dooby Do).

Comunque, proseguiamo verso il Rockfeller Center, zigzagando un po’ tra comicbook store dove mi rifaccio gli occhi con le pareti di fumetti, e ci lascio 40 verdoni freschi freschi, e librerie. Appena prima dell’ingresso al Rockfeller c’è pure uno store della Lego, dove tornare bambini per un quarto d’ora abbondante. Niente, dobbiamo raggiungere il “top of the Rock”, ovvero la terrazza sul Rokfeller Building. Biglietto (21 $) e ascensore. C’è da dire che abbiamo un po’ di problemi. La carta di credito del Penny è inutilizzabile, quella di Andrea va a singhiozzi, la mia funziona ma, mi dicono dalla regia, non ho fondi illimitati. A questa sfiga, aggiungi pure che è da tipo 10 giorni che non mi funziona la macchina fotografica, ma fortunatamente ho compagni di viaggio molto attivi da questo punto di vista.

Entriamo al Rockfeller, solito controllo zaini, con metal detector e tutto il resto. Solo che stavolta la mia t-shirt provoca ilarità generale, già dalla tipa che strappa i biglietti, è un continuo di apprezzamenti e battute tra i colleghi, tanto che a me proprio non controllano nulla, entro dritto dritto così, senza nemmeno togliere orologio, iPod o cintura. Bella zio, gli americani son fuori comunque. Vabbè, arriviamo all’ascensore, che non è proprio di quelli atomici, ma quasi. Ha il soffitto trasparente e delle luci a led segnano gli spigoli del pozzetto entro cui scorre la cabina, per avere un idea di velocità. Sul soffitto vengono pure proiettati dei filmati.

Dalla cima del Rockfeller si vede vermente tanta Manhattan, e oltre. Puoi vedere il Central Park per intero, vedere come all’improvviso i grattacieli si fermano e comincia questo rettangolone fatto con lo strumento “rettangolo” di Paint, riempito uniformemente col verde interrotto, qua e là, da forme tondeggianti a campitura azzurra. Poi si vede il Chrisler Building, con le decorazioni un po’ inquietanti a forma di testa d’aquila che stanno appena sotto il piano in cui una volta c’era l’ufficio dell’obeso boss del crimine Kingping (“non sono obeso, è che ho le ossa grandi”), almeno così mi hanno insegnato Stan Lee e compari. Se giri ancora incontri l’Empire State Building e, in fondo, “Grimilde di Manhattan” (cit.), detta Statua della Linbertà, scampata al ballo mascherato della celebrità (cit. aiutino per quella sopra). E però ti accorgi subito che manca qualcosa, e ti si stringe il cuore, anche a noi che l’abbiam visto solo al tiggì, da lontano e senza audio.

La giornata è lunga, le cose da fare tante. C’è da passare al N.B.A. store, che il Penny ha bisogno di entrare in questo luogo di culto, come capita a me quando entro in un Apple Store. A proposito, sulla quinta c’è pure l’Apple Store sotterraneo, con fuori solo il cubo di vetro. Esiste per davvero allora! E dopo la tappa N.B.A., la sequenza logica ci dice: M.O.M.A, Museum Of Modern Art. Qui va tutto a sigle: SOHO, NOHO, DUMBO, tutte sigle. Quindi anche il MOMA e il MOCCA (Museum Of Comics and Cartoon Aart), ma ci sono anche le abbreviazioni come Met per indicare il Metropolitan Museum of Art, che, guarda caso, è sempre sulla quinta. Al MOMA, se vuoi, ci puoi stare dentro una settimana. Sono sei piani e, se ti piace l’arte moderna, ci puoi veramente passare una vita. Di venerdì, dalle 16 alle 20, l’ingresso è gratuito. Per prendere il biglietto però c’è una fila che fa tutto il giro dell’isolato, praticamente parte dall’ingresso stesso e fa tutto il giro intorno. Però è scorrevole e c’è una ragazza che mi sorride spesso, quindi in un attimo siam dentro. Molliamo gli zaini e ci incamminiamo. C’è veramente di tutto. Da Warhol Matisse, passando per le mostre di fotografia e design. C’è anche una Cisitalia 250 GT carrozzata Pininfarina, e una Vespa. Noi, però, ad un certo punto, optiamo per la tecnica a volo d’uccello, passiamo per i corridoi dicendoci mentalmente “visto”, “visto”, “visto”… troppa roba. La prossima vita ci fermeremo di più.

Son già le 18 e dobbiamo ancora andare al Met, che è a offerta libera. Per gli studenti si consiglia di lasciar 10 $, onestissimo. Comunque il Moma è all’angolo con la 54, il Met con la 82. A me scappa la pipì e fanno male le gambe, e ho fame (abbiamo jumpato il pasto come al solito. Ah no, banana e mela…) ma vabbè, c’è il sole, abbiamo di fianco il Central Park, in qualche modo ci arriviamo.

Cominciamo la visita dagli egizi, non per rispettare un minimo ordine cronologico cronologico, semplicemente è il bagno più vicino. Svuotata la vescica, è tutto molto più semplice. L’ala sugli egizi è enorme, con tutti i sarcofagi o sarcofaghi o sarcazzo, i monili, le anfore con la canfora, gli affreschi con i tizi 2D con le mani messe di lato, le statue e pure un pezzo di tempio di Dendur ricostruito. Ogni volta mi stupisco di come gli Egizi fossero così avanti, già tutti quegli anni fa. Pazzesco. Hai voglia poi a fare puntate di Voyager “che forze che i ‘lieni gli aveveno detto quarcosa a ‘sti ‘Ggizi? Forze peddavero sì!”.

Dopo gli Eglizi, c’è l’American Wing, che non c’entra una beneamata mazza. Insieme di paccottiglia arredatrice tipica delle case americane dagli anni 30 in poi, che cazzo c’entra? E poi te lo spiego, che roba pacchiana, un susseguirsi di piatti e posate che quelli di mia nonna erano più antichi e belli. E dopo l’American Wing? Arte medievale. Eh? Sì, arte del medioevo, pare che sia nell’alto che nel basso periodo buio della storia, i gusti fossero più raffinati di quelli dell’america del novecento. E dopo l’arte del medioevo? Arte moderna: con Dalì, quel fuori di De Chirico, Picasso e compagnia cantando. E vicino all’arte moderna? I Maya, gli altri precolombiani, gli Africani e quelli dell’Oceania. Che poi, comunque, forze forze che anche ai Maya degli artri ‘lieni, o forse i stessi, per forza gli aveveno mparato quarche csoa, che sennò non si spiega. Ci sono i tesori, gli strumenti musicali, le canoe, è un enorme mischione unico, bello eh, ma ti ci vuole una settimana solo per i Precolombiani e gli altri sotto l’equatore!

E tu pensa che c’è pure un altro piano! Mentre saliamo, dopo aver visto la roba dei Precolombiani, cioè quelli che vivevano prima che arrivasse Colombo, il Cristoforo, e che poi hanno vissuto ancora per poco, mi viene in mente che la gloriosa nazione dell’America, deve pure il suo nome ad un illustre italiano, tal Amerigo Vespucci, che dopo Colombo se ne andava su e già per il nuovo continente, che ancora un nome non l’aveva. Successe che un cartografo belga (se non sbaglio, ricordi confusi del liceo o delle medie, forse delle medie, quando Bresso era la città più densamente popolosa d’Europa) aveva fatto una mappa del mondo e aveva scritto “Europa” sull’Europa, “Asia” sull’Asia, “Africa” sull’Africa, e però non sapeva che cosa scrivere su quello sgorbio disegnato male che allora era l’unica rappresentazione del Nuovo Continente, della parte conosciuta almeno. Allora, disse: intitoliamolo allo scopritore! Solo che, ignorante come una capra, l’ha intitolato a quello sbagliato: Amerigo. Pensa, tu pensa se ‘sto cartografo fosse stato edotto sulla storia della scoperta dell’America, se gli avessero detto, come a noi, “oh, guarda che il Medioevo è finito nel 1492, che Colombo, il Cristoforo, ha sbagliato tutto e ha scoperto un continente nuovo, invece che arrivare in India”, tu pensa se questo intitolava l’America a Colombo. Diventava subito Colombia, o Piccionaia, per non confondersi con quell’altra, e sti ‘mmerigani sarebbero stati Colombi e avrebbero tubato invece che parlare questa specie di inglese sbagliato. Sarebbe stata tutta un’altra storia. Tu pensa l’America, figlia dell’errore, uno dietro l’altro, è ovvio che poi è diventata quello che è, che scrivi “paninis” come plurale di “panini” che significa panino, chiami “pepperoni” il salame piccante e, in generale, fuori dalle grandissime città, non sai come si vive.

Comunque sia, il secondo piano non l’abbiamo visto tutto. Troppa roba. C’era Cezanne, Picasso, Magritte, De Chirico di nuovo, Klimt, Van Gogh, Matisse, Monet, tutti i cazzo di pittori del mondo. Entravi in una sala e dicevi: ok, questa l’ho già vista? no! Giri, a destra, un’altra sala che non hai visto. E vi si affacciano altre quattro sale, tutte nuove, e così per le ore. No dai, veramente, non puoi mettere tutta questa cultura in un posto solo! A parte che ci metto una vita a girarlo e mi girano le palle perché non riesco a veder tutto, ma poi dico, se ti crolla il palazzo? Quanta roba fai fuori in un colpo solo! Siamo usciti dal Met alle 21, già era notte. Gambe spazzate, ancora più fame e tanta pipì.

Per fortuna la Frenci e compagni ci aspettavano allo starbucks all’angolo tra qualcosa e qualcosaltro, che qui è tutto agli angoli, e abbiamo potuto fermarci e fare pipì, prima di andare a cenare. Ristorante dall’aspetto cheap ma fottutamente caro, con il vecchio cameriere Tony, di origine greca (sgamato subito), che prende le ordinazioni a caso, porta una coca e una cannuccia e si ferma un po’ guardando la cannuccia con aria interrogativa, fino a quando Penny non gli dice “è per la Coca!”, ah giusto.

Rifocillati ci incamminiamo verso l’albergo, passando però da Time Square, illuminata a giorno dagli schermi su cui passano pubblicità scintillanti, di cui però a volte sbaglio a capire il soggetto, me lo spiega la Frenci che lei è più sgamata! Tme square di notte è bellissima. Sì lo so che è tutto artificiale, commercio, consumismo, CO2, quello che vuoi! Però è veramente affascinante, anche le sedioline messe lì nell’area pedonale, con le persone che si siedono e si godono lo spettacolo, ma che roba è? Fantastico. C’è pure Sponge Bob, Iron Man col marsupio e pure SpiderMan grasso col pmarsupio!

Figo, si va verso l’Empire ora! Salutiamo gli altri, lasciamo la roba in albergo, che tanto è a due passi dal grattacielo, e ci mettiamo in coda. Coda che non c’è, perché è l’una e mezza di notte, l’Empire è vuoto e nessuna guardia fa caso alla mia t-shirt. Solo il tipo dell’ascensore che dall’80esimo va all’86esimo piano mi dice qualcosa che, ovviamente, non capisco, perché è mezzo slang o io sono troppo stanco. Però, stanchezza completamente ripagata dalla vista sulla città. Diciamocelo, NY è bella, ma NY di notte è magica! Fiumi di luce partono dall’acqua, come arterie che portano la linfa vitale verso l’interno, ci sono gli altri grattacieli, ognuno illuminato a suo modo, i ponti, Time Square che brilla di luce propria, tutto accompagnato da un trombettista jazz, che è lì da chissà quanto. Magia pura, non si può evitare di innamorarsi di una vista del genere. Poi c’è anche da dire che dall’alto, in generale NY è meglio, perché sei lontano dagli odori forti tipici della città, dal pattume qua e là e dai topi. Ti puoi godere lo spettacolo senza che l’olfatto venga disturbato, e puoi sentire pulsare la tutta la città, puoi sentirla respirare dai ventoloni dei condizionatori sopra ogni tetto, puoi ascoltarne la circolazione, fatta prevalentemente di taxi guidati da personaggi improbabili.

Andiamo a dormire stanchissimi ma soddisfatti, NY 110 e lode con bacio accademico, sono qusi le 3, puntiamo la sveglia alle 7.30, confidenti di riuscire a svegliarci.

Il bello è che io l’avevo pure messa sul tavolino lontano da me, quando ha suonato mi son dovuto alzare e stopparla. Tutto continuado a dormire da sotto la mascherina sugli occhi, per non lasciare che il giorno mi ferisse, è troppo presto. Per un pelo riusciamo a scendere a far colazione, sono le 9.50, la colazione è offerta fino alle 10! Ci aspetta una bella giornatina… partiamo convinti con la metro, verso il Porth Authority Bus Terminal, dove stampare i biglietti per l’autobus che ci porterà a Boston. Con un po’ di difficoltà troviamo lo sportello giusto e mostriamo al commesso il codice della prenotazione, ma evidentemente c’è qualcosa che non va.

Inizia a spiegarci quaclosa in inglese, io lo seguo, ma poi ci fa: “capite lo Spagnolo?” “no, siamo italiani!” “ah, aspettate un attimo”. Si gira verso la collega e le chiede di spiegarci qualcosa in Italiano. La tipa parte convinta: “Ciao, come state?” in Italiano quasi convincente, “bene, grazie!”. La conversazione in Italiano finisce qui, il resto prosegue in Spagnolo. Ma perché? Comunque capiamo che ci conviene stampare dall’internet cafè lì di fianco i biglietti, che così ci costa solo 5 $, mentre da loro costa altri 15 $ aggiuntivi. E sticazzi, grazie!

Stampiamo e andiamo in metro dalla Frenci, che abita al Village. Lasciamo da lei le valigie perché in albergo abbiam dovuto far checkout e mica puoi girar NY con le valigie, soprattutto ora che il Penny ha comprato un borsone da imbarcare con tutta la roba che si è comprato e che non ci stava nella valigiona e nello zainone. Il Village è un bel quartiere, molto attivo, fatto di studenti e gente sveglia, pieno di negozi, ristorantini, kebabbari e altri locali. Saliam su, molliamo gli ingombranti fardelli, e partiamo verso il sud di Manhattan, ovvero verso il quartiere finanziario.

Prima di salire in metro facciamo un giro sulla Brodway dove visitiamo il MOCCA, una stanzetta piena zeppa di tavole. Il posto è piccolo, ma anche lì ci sarebbe da perdere una giornata! Più avanti riesco pure a comprarmi dei Levi’s a 45 $ (45 $, sono 35 euro! Dei Levi’s, mica cazzi!) ma non le All Star, perché ci son troppi negozi che le vendono, sto aspettando di trovarle a meno di 39 $ ma aspetto troppo e quando finalmente mi decido a comprarle, non hanno il numero. Merda!

La prima cosa che vediamo del quartiere finanziario è il famoso toro di bronzo. Ci mettiamo un po’ a trovarlo, facciamo un giro in Battery Park e ci “nutriamo”, chi un gelato, chi un hot dog, chi un pretzel… Il toro, però, è difficile da vedere per intero. Non che sia grande, è che è piazzato al centro di un isolotto di smistamento del traffico, circondato da un costante spesso strato di turisti dotati di macchina fotografica. Uff, vabbè.

Facciamo quattro passi fino a Ground Zero, dove una volta c’erano le torri gemelle, e invece adesso c’è una colta di cemento e qualche segno di ricostruzione. Facciamo tutto un percorso intorno all’area, si passa da corridoi sopraelevati con finsetroni, attraversando le hall dei palazzi circostanti e la prima cosa che ti chiedi è: come cazzo è possibile?? Com’è possibile che lì c’erano i due edifici più alti di NY, e ora sono spariti, ma tutti quelli intorno sono intatti, e non è che son lontani, son proprio appiccicati all’area dove un tempo sorgevano le torri. Poi ci pensi e ti rendi conto che son già passati 9 anni, eppure è come se fosse rimasto tutto bloccato al 2001, inizi a pensare alle persone che hanno perso la vita, a quello che è venuto dopo, alle conseguenze mondiali che si sono avute, a tutti i livelli, dalle guerre al più piccolo aspetto della vita di tutti i giorni. Pazzesco, c’è da rimanere senza parole.

Finito il giro ci incamminiamo verso il ponte di Brooklyn. Nel tragitto ci fermiamo in un negozio di elettronica, trovo le cuffie che fanno per me, uguali a quelle che mi si sono rotte, ma il prezzo (tra l’altro, col cambio) è molto vantaggioso.

Sul ponte di Brooklyn c’è una passeggiata sopraelevata, una passerella di legno che parte da terra, al centro tra le carreggiate dei due sensi di marcia, e poi sale un po’ e si mantiene ad un livello superiore rispetto al traffico stradale. Quindi puoi attraversare il ponte a piedi o in bici e guardare il magnifico panorama, fluttuando sopra le auto, che tra l’altro son quasi solo taxi. Così da qui posso vedere bene il torrione del ponte George Washinghton da cui Norman Osborn, nei panni del Goblin, ha buttato giù dalla cima del ponte Gwen Satcy e Peter Parker, nei panni dell’Uomo Ragno, le ha spezzato il collo nel tentativo di recuperarla con la ragnatela. Dalla conservazione della quantità di moto non si sfugge. Quante volte l’ho vista disegnata quella scena? Da quanti artisti diversi? E da quante angolazioni? Oh, è prorio quello, è esattamente quella scena lì!

Passiamo dall’altra parte, facciamo qualche passo in Brooklyn. Ora capisco perché Miranda si lamentava tanto dopo essersi trasferita. Non che Brooklyn sia così male, ma vuoi mettere rispetto a Manhattan??
Poi c’è una storia di metro sbagliate, arriviamo fino alla 125esima strada, quasi Harlem, e invece dovevamo scendere alla 72esima, per vedere Strawberry Field e poi, più su, il Guggenheim, almeno da fuori, che son già le 21 e alle 22 abbiamo appuntamento con la Frenci, per cena, che sta in corrispondenza della 4!

Arriviamo puntuali e ci fiondiamo al ristorante, che però è un ristorante vegetariano. Vabbè, io mi sparo un burrito vegetariano che, tendenzialmente, contiene fagioli e roba piccante. È buono eh, però non basta. Proviamo la Joe’s pizza, la pizza più buona di NY. Il tizio parla Italiano, e la pizzeria compare anche in qualche scena di Spider Man, il film, però vabbè… sì pizza, da Spizzico. Sarà da 20 anni che Joe prende per il culo tutti con la sua pizza, pure tutte le star che son passate da lì. Lui magari in Italia faceva il muratore, che ne sai!

Segue una birra al “Mezza pinta” dove abbiam avuto qualche problema ad entrare perché o usi il passaporto, o la patente non la digeriscono volentieri. Pensavano fosse finta, non sapevano bene cosa fosse. Poi una volta dentro il cameriere, una volta che ha capito che siamo italiani, ci dice una roba che nella sua testa doveva essere “Ciao Belli”, ma a noi è arrivato un “Sssciaboollei!”. Comunque è proprio quello che mi ci vuole: amici, una birretta e una serie di stronzate e ricordi del liceo. Poi il Village di notte è ancora più vivo anche se, bisogna dire, ad un certo orario ci sono in giro solo personaggi inquietanti e un po’ troppo storti per l’alcol e in certi angoli aleggia uno spesso odore di vomito… è ora di andare, che ci parte il bus per Boston.

Il viaggio in bus, Litte Italy e i fuochi di Sant’Antonio ve li racconto un’altra volta, che ora c’è da prepararsi per l’ultima mezza giornata in USA.

‘nuff said