[USA] DAY 26 – I visited the mothership

Stamattina ci siamo svegliati di buon’ora per uscire presto dal motel di messicani killer in cui ci trovavamo e andare a salutare Miky, l’amico di Penny che ci ha ospitato per la grigliata ieri. Nel motel in cui eravamo non c’era la colazione inclusa, solo tanta gente strana. Comunque, abbiamo salutato Miky, lui lavora, mica come noi! Poi abbiamo recuperato per strada un pezzo di Tom Tom che ci eravamo persi il giorno prima, quindi spesa e colazione.

La colazione, stavolta, con vista sull’oceano, sul bordo della scogliera, sotto un pino marittimo. Brezza leggera, mare poco mosso, niente a che fare con le onde incazzate di ieri, sembra quasi invitante oggi, non come al solito che per entrare bisogna dimostrar di aver fegato, tra temperature glaciali e cavalloni. Mare ostile, ma non stamattina.

La meta della giornata è San Franciso, città sospesa tra ovest ed est, sempre in fermento tra mille correnti culturali diverse. Ci dicono che a San Francisco fa freddissimo, e c’è la nebbia. Ci aveva detto che fa freddo una cameriera di Guadalupe, dove avevamo beccato nebbione e temperature da felpa col cappuccio. Io son già pronto a vestirmi a strati, ma prima di arrivare a Frisco c’è un’altra tappa.

Tra Santa Cruz e San Francisco c’è una cittadina che porta il nome di un santo, conta pochissimi abitanti e passerebbe del tutto inosservata, se non fosse che è la sede di un importantissimo luogo di culto. Si dice che per essere dei veri credenti, si debba andare in pellegrinaggio in questo luogo almeno una volta nella vita, fare il giro completo dell’edificio e lasciare che la pace e l’armonia penetrino nel profondo dell’anima, mentre il portafogli viene sensibilmente alleggerito.

La città è Cupertino, il luogo di culto si trova all’indirizzo “Infinite Loop, 1”, ed in particolare si tratta della sede centrale di Apple, la nave madre, il luogo in cui ogni vero Mac User vorrebbe andare almeno una volta nella vita. Io l’ho fatto, che figata. C’è subito da dire che essendo zio Steve un fanatico della riservatezza, col cazzo che ti fanno visitare l’interno del campus. Si può solo fare il giro dell’Infinite Loop, frustandosi sulla schiena con le cuffiette dell’iPod a mo’ di cilicio, e poi entrare nel Company Store, che altro non è che un piccolo Mac Store con annessa sezione dedigata ai souvenir e merchandising (merciandaisin). È piccolo, ma è il Mac Store Orginario, il padre di tutti gli altri, un luogo magico sospeso tra sogno e realtà!

Speravo tanto che Steve Jobs si affacciasse dal balcone, con il suo maglioncino a dolcevita nero (ma figa, ci sono 100°F) e iniziasse a benedire la folla, ma niente. Mi sono dovuto accontentare di una t-shirt che dice “I visited the mothership”, anche se in realtà non ho potuto esplorarne le viscere, ma solo fermarmi nei paraggi. Comunque è già abbastanza, la foto di fronte al numero 1 verde è più che sufficiente, si può ripartire per San Francisco.

La nebbiosa e fredda San Francisco ci accoglie con temperature decisamente estive ed un cielo molto terso. Io sono decisamente stanco, l’assenza di caffeina in circolo si fa sentire, pressione bassa o quel che è, mi sento spossato. Comunque, presa la mappa della città al centro informazioni, riesco a trascinarmi fino a Nike Town, dove devo comprare le Nike LunarGlide + 2, che tra cambio e prezzo diverso, qui risparmio un botto.

Il Nike Town è un negozio della Nike di 7 piani almeno, anche se solo 3 hanno la merce esposta, uno (il settimo) ha i cessi e gli uffici, gli altri sono magazzino. Quando chiedi un paio di scarpe, il commesso prende l’ordinazione con un palmare, legge il codice a barre della scarpa, inserisce taglia e colore, poi aspetta che uno hoompa loompa al sesto piano inserisca la scatola giusta nel sistema di montacarichi che poi porta la confezione al nostro piano.

Il mio commesso è Will Smith, simpatico, calmo e pacato. Ma fa casino con l’ordinazione, forse distrato tra un tiro a canestro e un’astronave aliena, nel west, va meglio con l’altra commessa che dopo mezzora riescie a procurarmi le scarpe. Sono perfette, le metto su subito, come facevo una volta da bambino quando compravo le scarpe al Millepiedi: scarpe nuove ai piedi e quelle vecchie nella scatola delle nuove.

Dopo tutto sto casino, partiamo per il giro a piedi della città di Frisco, che è una gran bella città. Ci sono in giro un po’ di fuori di testa agli angoli delle strade, ma per il resto è una città veramente viva, in ordine sì, ma con quel pizzico di follia. Per esempio, ha il classico reticolo di strade perpendicolari tipico delle grandi città americane, solo che all’improvviso la Market taglia in diagonale tutta la città. Oppure il fatto che nel quartiere italiano ci sono i pappagalli selvatici. Figata.

Facciamo un giro lungo tra Chinatown e poi risaliamo verso il quartiere italiano, le salite e discese si susseguono, sempre più ripide. Decidiamo di raggiungere la Coit Tower, una torre a forma di estintore, o enorme pene, voluta dalla milionaria Lillie Hitchcock Coit, fissata coi pompieri. Una che si chiama “*cock Coit”, chissà perché era fissata coi pompieri… e coi monumenti fallici. Dentro ci sono dei murales interessanti e un’ascensore da 5 $ per la vista panoramica. Io passo, sono a pezzi, mi addormento fuori dalla torre.

Quando anche gli altri escono, ci buttiamo in Filbert street, che sulla mappa è una via, ma in realtà è un susseguirsi di scalinate ripidissime, in su e in giù, di legno, in mezzo a giardini e case, che ci riporta molto rapidamente al livello del mare. Polpaccetti per loro. Tra le varie auto strane che vediamo parcheggiate, c’è anche un’italianissima Alfa Romeo 2000, bianca, tenuta malissimo, ma è troppo bella. Colgo l’occasione per dire che ho visto anche una cosa come 7 o 8 Alfa Romeo Spider “Duetto” e una Milano, che da noi si chiamava 75.

Arriviamo su “The Embarcadero”, la via che costeggia la zona dei porti. La facciamo tutta fino al molo 1, dove finalmente troviamo un posto dove sederci e abbuffarci di pesce. Conto salato, come al solito, quello che ti fotte sono le tasse, che non vengono mai specificate (tutti i prezzi sono dichiarati senza tasse, OVUNQUE) e la mancia, qui obbligatoria del 18%. E sticazzi!

Mangiati e bevuti ci riportiamo all’auto, parcheggiata all’incrocio tra la 4 e Market, e poi al Motel vicino all’aeroporto. Domani Camilla parte presto, almeno così siamo abbastanza vicini.

‘nuff said