Chicca storico-lettaria: Primo Levi, il Mac e i Golem

Immagino che molti di voi abbiano visto la campagna “Think Different”, vero e proprio manifesto della filosofia Apple. Nel video comparivano vari personaggi famosi: politici, artisti, scienziati, sportivi ecc…, insomma personalità che nel loro campo hanno rappresentato l’eccellenza e che hanno contribuito a cambiare le sorti del mondo.
Per rimanere in tema di personaggi noti e importanti, guardate cosa ho riesumato dalla mia memoria: ecco cosa scrive Primo Levi nel capitolo “Lo Scriba” del libro “L’altrui Mestiere”, del 1985:

Mi sono dunque accinto a lavorare sui due fronti, verificando cioè sull’apparecchio le istruzioni dei manuali, e m’è subito tornata alla mente la leggenda del Golem. Si narra che secoli addietro un rabbino-mago avesse costruito un automa di argilla, di forza erculea e di obbedienza cieca, affinché difendesse gli ebrei di Praga dai pogrom; ma esso restava inerte, inanimato finché il suo autore non gli infilava in bocca un rotolo di pergamena su cui era scritto un versetto della Torà. Allora il Golem di terracotta diventava un servo pronto e sagace: si aggirava per le vie e faceva buona guardia, salvo impietrirsi nuovamente quando gli veniva estratta la pergamena. Mi sono chiesto se i costruttori del mio apparecchio non conoscessero questa strana storia (sono certo gente colta e anche spiritosa): infatti l’elaboratore ha proprio una bocca, storta, socchiusa in una smorfia meccanica. Finché non vi introduco il disco-programma, l’elaboratore non elabora nulla, è un’esanime scatola metallica; però, quando accendo l’interruttore, sul piccolo schermo compare un garbato segnale luminoso: questo, nel linguaggio del mio Golem personale, vuol dire che esso è avido di trangugiare il dischetto. Quando l’ho soddisfatto, ronza sommesso, facendo le fusa come un gatto contento, diventa vivo, e subito mette in luce il suo carattere: è alacre, soccorrevole, severo coi miei errori, testardo, e capace di molti miracoli che ancora non conosco e che mi intrigano. (…) Ho notato che così si tende alla prolissità. La fatica di un tempo, quando si scalpellava la pietra, conduceva allo stile ‘lapidario’: qui avviene l’opposto, la manualità è quasi nulla, e se non ci si controlla si va verso lo spreco di parole; ma c’è un provvido contatore, e non bisogna perderlo d’occhio.

Analizzando adesso la mia ansia iniziale, mi accorgo che era in buona parte illogica: conteneva un’antica paura di chi scrive, la paura che il testo faticato, unico, inestimabile, quello che ti darà fama eterna, ti venga rubato o vada a finire in un tombino. Qui tu scrivi, le parole appaiono sullo schermo nitide, bene allineate, ma sono ombre: sono immateriali, prive del supporto rassicurante della carta. ‘La carta canta’, lo schermo no; quando il testo ti soddisfa, lo ‘mandi su disco’, dove diventa invisibile. C’è ancora, latitante in qualche angolino del disco-memoria, o l’hai distrutto con qualche manovra sbagliata? Solo dopo giorni di esperimenti ‘in corpore vili’ (e cioè su falsi testi, non copiati ma creati) ti convinci che la catastrofe del testo perduto è stata prevista dagli gnomi geniali che hanno progettato l’elaboratore: per distruggere un testo occorre una manovra che è stata resa deliberatamente complicata, e durante la quale l’apparecchio stesso ti ammonisce: ‘Bada, stai per suicidarti’.
Treccani

E indovinate un po’? Parla proprio del Macintosh che aveva comprato l’anno prima, nel 1984. La copertina del volume è stata disegnata proprio da Primo Levi, utilizzando il suo Mac:

Se volete un’ulteriore prova del fatto che Primo Levi usasse un Mac, guardate la copertina di “Conversazioni e Interviste”:

quello alla vostra sinistra è proprio Primo Levi, mentre a destra c’è il Macintosh 128k (o è un 512K? chi può dirlo!)

’nuff said